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Coloredo

Alla scoperta degli angoli meno noti della Valchiavenna

di Guido Scaramellini
Foto di Stefano Gusmeroli

A differenza di tanti toponimi o nomi di luoghi che nei secoli si sono talmente modificati da rendere problematica l’etimologia, il caso di Coloredo è trasparente: deriva da “colöri”, come in dialetto locale si indica il nocciolo. Non diversamente da Bedolina, l’alpeggio nello stesso territorio comunale in val Bodengo, che deriva da “bedögn” o betulla.
Coloredo, sulla destra del torrente Crezza presso Gordona, compare la prima volta nel 1247, quando è definito corte franca, cioè dipendente direttamente dal vescovo-conte, che qui aveva una propria torre, dove abitava quando veniva in valle. Nel 1265 risulta che il vescovo Raimondo Della Torre, “quando fuit Colloredo”, ricevette in dono dal comune di Chiavenna vino, due montoni, marroni e altri prodotti. E fino all’arrivo dei Grigioni nel 1512 Gordona e Coloredo furono considerati un dominio spirituale e materiale dei vescovi
di Como.

È spesso ricordata la peste del 1629-30, perché falcidiò la popolazione e perché Manzoni ne trattò nei “Promessi sposi”, ma le pestilenze furono purtroppo numerose fino a un paio di secoli fa, tanto che, appena cessata nel 1631 quella “manzoniana”, ne arrivò un’altra nel 1636, che in Valchiavenna colpì soprattutto il versante destro del piano. A Coloredo fecero voto di costruire una chiesetta e puntualmente il 15 ottobre 1637 chiedevano il permesso vescovile di costruire una chiesetta da dedicare a san Francesco d’Assisi e a sant’Anna. Nacquero allora le consuete polemiche accese da quelli di Gordona che vedevano diminuiti l’importanza e gli introiti per la parrocchiale. Gli stessi misero in dubbio anche il numero degli abitanti comunicato al vescovo, che non sarebbero stati 150, ma solo un centinaio e in una riunione dei capifamiglia del comune in 133 si dissero contrari alla nuova chiesa e solo 37 favorevoli.

Il vescovo Lazzaro Carafino confermò comunque la sua approvazione e il 5 agosto 1640, quand’era in piedi solo l’abside, si procedette alla benedizione. Nel 1736 fu eseguito l’altare in marmo con tela raffigurante i santi titolari e il pregevole paliotto in scagliola con san FranLuocesco. Un altro paliotto in cuoio dipinto rappresenta la Madonna con bambino tra i santi Giovanni Battista e Giuseppe. Una tela seicentesca, appesa nel presbiterio, con Madonna e bambino tra i due patroni, è attribuita al pittore Giovan Battista Macolino di Gualdera di Fraciscio. La statua lignea settecentesca della Madonna sull’unico altare laterale è dono degli emigranti a Napoli, che qui furono numerosi.

La chiesetta era meta di pellegrinaggio tra Sei e Settecento da parte delle quattro vicinanze di Chiavenna, cioè Bette, Dragonera (oggi Loreto), Crotti e Maina (San Carlo) e Pianazzòla: il 3 di maggio partivano dalla collegiata di San Lorenzo per implorare di essere preservati da “certi animali nocivi, volgarmente chiamati pizzoli” o punteruoli della vite che danneggiavano i filari. Varie le iniziative per raccogliere fondi con cui assicurare la manutenzione della chiesa. Innanzi tutto si faceva “la cercha” di viveri casa per casa, che poi si vendevano; inoltre nel giorno della festa di Sant’Anna, il 26 luglio, si allestiva un’osteria all’aperto, vendendo ogni sorta di prodotti locali, fino al sego o grasso di capra. Anche utilizzando tali proventi la chiesa fu ampliata nel 1722 con una cappella laterale. Il campanile fu aggiunto solo nel 1906 a sostituire il pilastro che stava sul colmo del tetto, divenuto pericolante. Altre notizie in merito si potranno trovare in un articolo di Bruno De Agostini, apparso sull’annuario “Clavenna” giusti vent’anni fa. A due passi, passeggiando tra le antiche case di Coloredo, si incontra un ambiente unico per la sua struttura e carico di storia e di vita, anche se oggi è silenzioso e si può solo immaginare l’allegro e spensierato vociare dei
bambini di un tempo. È un’ampia corte, racchiusa da vecchie case e loggiati, dove spicca un vivace dipinto di gusto popolare, datato 1874. Rappresenta la Madonna addolorata e, sotto, una coppia di contadini, i proprietari di allora, che vollero tramandare anche i loro nomi, facendoli dipingere sull’architrave: Margherita Balatti e Gaudenzio Fedele Tavasci. Da quest’ultimo la corte fu detta dei Tavasci, la famiglia che già due secoli prima, nel 1690, a Coloredo era la più numerosa, contando ben 112 persone. Quanto agli abitanti complessivi – da 100 o 150 che fossero prima di costruire la chiesa – già nel 1690 erano diventati 205, con leggera prevalenza femminile. Oggi sono saliti a 322, comprendendo gli abitanti delle case delle vie 5 aprile e Vignate.






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