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Feriali: 07:30 - 12:30 e 14:00 - 18:50
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Domenica e festivi 10:00 - 12:00 e 14:30 - 18:00.

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Madesimo

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Campodolcino

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Cą Pipčta

Non si sa chi e quando abbia avuto il coraggio e la costanza di realizzare questa meraviglia architettonica: un mistero che ancora oggi rimane irrisolto.

Trovare riparo presso una sporgenza rocciosa o sotto i grandi massi disseminati ovunque sulle nostre montagne deve essere stato, da sempre, il sistema più spontaneo e naturale per ripararsi dalle intemperie, costruirsi un piccolo rifugio, depositare oggetti, raccolti.
Tutti quelli che da ragazzi sono stati impegnati a custodire le bestie sull’alpeggio ricorderanno con esattezza i luoghi nei quali hanno ingannato il lento passare delle ore giocando a “farsi la casa”, magari confortati dal tepore di un fuoco acceso in un angolo con pochi sterpi di rododendro strappati dal pascolo, ancora verdi, e facendo finta di non accorgersi del fumo acre che costringeva a chiudere gli occhi…
Molti di noi conoscono qualche costruzione rustica che ha sfruttato questi “tetti” naturali: un crotto, un rifugio per gli animali, un deposito per la legna. Sicuramente nessuna di queste, sia per dimensioni, sia per le soluzioni abitative adottate, può reggere il paragone con la Ca’ Pipéta, sulle pendici di Samolaco e non molto lontana dalla più nota Torre di Segname: abbiamo qui uno stabile particolarissimo costituito da numerosi locali riparati sotto un unico, enorme lastrone di pietra.

Non si sa chi e quando (e per quanto tempo) abbia avuto il coraggio e la costanza di scavare il materiale, portarlo all’aperto, costruire i muri di sostegno e ricavare lì sotto un complesso sistema abitativo. Sta di fatto che oggi possiamo contare la bellezza di otto locali tra cucine, stalla e fienile, cantina, camere da letto: tutti coperti e protetti dall’enorme masso. E che ci sia stato molto da scavare lo dimostra anche la spianata che si trova davanti all’abitazione, chiaramente ottenuta con il deposito del materiale asportato. Questi ingegnosi, antichi abitatori avevano persino l’acqua corrente in casa: dalla roccia a cui il complesso si appoggia, a monte, sgorga infatti una modesta sorgente d’acqua (che oggi allaga il seminterrato, essendo venuta a mancare la manutenzione del canaletto di scarico). Non molto lontano dalla casa, ad una estremità della piccola spianata, i proprietari si sono costruiti anche il crotto, riconoscibile dal caratteristico tavolo in pietra collocato vicino all’ingresso (che nella zona si coltivasse la vite lo testimonia anche il bellissimo basamento di torchio presente a poche centinaia di metri, presso la località Burdèl).

Secondo alcune testimonianze orali, la casa sarebbe stata abitata fino ai primi del Novecento. Non fu l’unica. Allo stesso periodo occorre far risalire l’ultima utilizzazione, come stabile dimora, anche delle numerose abitazioni che si trovano in corrispondenza delle morene laterali depositate durante le ultime glaciazioni (quota 400-600 metri, ben visibili nel periodo invernale, con la vegetazione spoglia: meglio se c’è una spolverata di neve, che segna con precisione sentieri, muretti, avvallamenti e spianate del terreno).
Muovendosi infatti dalla Ca’ Pipéta in direzione Sud, troviamo i vecchi nuclei di Piazza Bedogna (dove ci fu, per un certo periodo, anche l’edificio che ospitava la Casa Comunale), poi Monastero, Macolino, Piazza, Montenuovo, Ronco, Fontanedo, insieme ad altri nuclei minori e molte case sparse.

A seguito della bonifica del Piano della Mera, negli ultimi decenni dell’Ottocento, le famiglie scesero gradualmente a valle. Già negli anni ’50 nessuno più viveva lassù (forse una-due famiglie a Monastero), mentre aumentavano gli insediamenti presso i nuovi nuclei abitati, generalmente in corrispondenza con i conoidi dei torrenti: da S. Pietro (sull’asta del torrente Mengasca), passando per la Prona (o, come si diceva fino a qualche decennio fa, Pelmonte) a Schenone e Nogaredo presso la Bolgadregna, e ancora più a Sud a Era (presso il torrente omonimo, o “valle”, come si dice qui), per finire a Casenda, Giavere e Vigazzuolo (questi ultimi nuclei vicini alla zona in cui doveva sorgere l’antica Summo Lacu).

Per tornare alla Ca’ Pipéta, certamente essa abbisogna ora di importanti ed urgenti interventi di recupero e valorizzazione (come si è fatto alcuni decenni fa con la vicina Torre di Segname). Da alcuni anni l’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco sta sollecitando gli Enti locali a farsi carico delle opportune iniziative, indirizzate sia all’acquisizione dello stabile sia al suo ripristino. Ne potrebbe nascere un sito di grande interesse per i visitatori, molti dei quali già conoscono e frequentano la zona grazie al ripristino dei percorsi ed al richiamo rappresentato dalla vicina Torre. Se ne erano lodevolmente interessate anche le scuole locali, con molte visite e ricerche. In modo particolare la classe 1aD della scuola media, nell’anno scolastico 1987-88, ha effettuatto una serie di studi, conclusasi con una mostra e la pubblicazione di un ricco ed interessante fascicolo dal titolo “Samolaco: tra materiale e immaginario”.

Insieme ad altre testimonianze relative alle strutture tipiche dell’architettura locale (fra cui la torre del Culumbée, i crotti, le cascine), il volumetto riporta uno studio accurato sulla Ca’ Pipéta, completato da immagini e puntuali planimetrie, con tanto di schizzi in scala. Mancando notizie scritte sulla casa ed i suoi abitanti, gli alunni si sono poi sbizzarriti nella elaborazione di una decina di racconti, veramente fantasiosi, attraverso i quali hanno cercato di spiegare l’origine della singolare denominazione: sono veramente da leggere (se ne può trovare qualche copia presso la Biblioteca Comunale).

Testo e immagini di Sergio Scuffi
Foto di Stefano Gusmeroli


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