Chiavenna

Ufficio Informazioni Chiavenna

23022 - Chiavenna (SO) Piazza Caduti della libertà
T 0343 37485
F 0343 37361

Orario di apertura inverno 2017/2018
Dal lunedì al sabato: 09:00 -12:40 e 14:00 - 18:50
Domenica e festivi: 10:00 - 12:00 e 14:30 - 18:00

L´ufficio turistico rimarrà chiuso lunedì 01 gennaio 2018

consorzioturistico@valchiavenna.com
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Informazioni e richieste per gruppi, convegni, eventi Chiavenna

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Orari di apertura
Dal lunedì al sabato: 09:00 -12:40 e 14:00 - 18:50. 
Domenica e festivi 10:00 - 12:00 e 14:30 - 18:00.

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Madesimo

Ufficio Informazioni Madesimo

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Orario di apertura fino all´8 aprile
Tutti i giorni: 09-12.30 e 14.30-18.00
 



info@madesimo.eu
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Campodolcino

Ufficio Informazioni Campodolcino

23022 - Campodolcino (SO) Via D.R. Ballerini,
T 0343 50611

Lunedì: 09-12.30  e 15-18.30
Martedì: 09-12.30 e 15-18.30
Mercoledì: chiuso
Giovedì: 09-12.30  e 15-18.30
Venerdì:09-12.30  e 15-18.30
Sabato: 09-12.30 e 15-18.30
Domenica: 09-12.30



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Le lobie colorate di Casenda

“Desc.dòtt pulènt e pö l’è induménighja”.  Nei nostri paesi di campagna era frequente, un tempo, udire questa esclamazione, pronunciata con un tono a metà tra il divertito ed il rassegnato. “Diciotto polente e poi arriva la domenica” (occasione, finalmente, per cambiare menù).
Il granoturco fu intensamente coltivato fino all’ultimo dopoguerra, e forniva la farina per polenta, il pasto principale, quasi unico, per molte famiglie. Si arrivava, addirittura, a consumarla tre volte al giorno, da qui il detto in questione (tre polente al giorno, per sei giorni e i conti tornano). Vien da sorridere, se si pensa che oggi, al contrario, la polenta è considerata una prelibatezza, da riservare ad occasioni speciali! In effetti l’alimentazione delle nostre popolazioni, fino agli anni ’50-60 del Novecento, era strettamente legata alla produzione agricola locale, che si può definire di sussistenza. Poca carne, derivata dalla macellazione del maiale (mazíglia) o di qualche pecora e capra, completava la rustica e semplice alimentazione di grandi e piccini; non bisogna dimenticare dimenticare le uova delle preziose galline nutrite con la crusca e molti avanzi della tavola, insieme ai formaggi e al burro, condimento universale che sostituiva l’olio e veniva utilizzato in modo attento e parsimonioso.

Il granonotururco (“i furmentóon”)
La lavorazione del mais (granoturco, furmentóon nel dialetto locale), richiedeva una serie di successivi passaggi, dalla concimazione col letame già a partire dall’autunno, all’aratura dei campi e successiva semina in primavera. Seguivano le operazioni di pulitura dalle erbacce, con passate di leggeri aratri fra le ordinate file di piantine e molto lavoro manuale (sciarlè), poi il diradamento e il trapianto ove necessario, infine veniva tolto il fogliame ormai secco (la “maéra”, che si legava a mazzetti e si dava come alimento supplementare alle mucche), prima del definitivo raccolto.Le pannocchie venivano infine staccate, trasportate a casa col carretto per essere poi “sfogliate”, legate a mazzi e, finalmente, finivano a seccare sulle caratteristiche “lòbie”, i ballatoi in legno con i parapetti costituiti da una serie di traversine orizzontali che ben si prestavano allo scopo.Giunti a gennaio-febbraio, le pannocchie si erano essiccate al punto giusto, per cui venivano ritirate e si poteva procedere alla sgranatura (fè sgio i furmenton) per liberare i chicchi che, insaccati, si portavano per la macinazione al mulino, allora numerosi, presenti nelle varie frazioni, ed immancabilmente azionati dalla forza dell’acqua. Si ritirava il prodotto finale, contenuto in sacchi distinti per la farina, per uso alimentare, e la crusca, destinata al bestiame. Nell’occasione si portavano spesso al mulino anche le castagne per ottenere la “farina de farciàmm”, oppure il grano (furmènt) da cui si ricavava la farina bianca (buona per fare gnocchetti, i “pizòcar” come si chiamano in Valchiavenna).

I tempi cambiano
Ormai pochi continuano a coltivare il mais e, naturalmente, in quantità molto ridotte. Numerosi, minuscoli campicelli si possono ancora vedere lungo la Provinciale Trivulzia nei pressi di Era di Samolaco. Il prodotto, una volta lavorato, viene esposto talvolta ancora sulle “lòbie”: se ne possono ammirare alcune, da novembre a febbraio, a Casenda. E pensare che questi caratteristici ballatoi abbondano nelle vecchie costruzioni degli antichi nuclei, particolarmente nella zona più vecchia di Era (la Cuéta): sarebbe importante mantenere le lòbie nel corso delle eventuali opere di ristrutturazione, magari con degli incentivi da parte degli enti pubblici, volti a favorire la valorizzazione di queste belle testimonianze della nostra architettura tradizionale.

Testo di Sergio Scuffi


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