Chiavenna

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Informazioni e richieste per gruppi, convegni, eventi Chiavenna

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Campodolcino

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Carducci e Madesimo

Cent’anni or sono, il 14 luglio 1901, il consiglio comunale di Isolato, come si chiamava allora il comune di Madesimo, deliberava alla unanimità il conferimento della cittadinanza onoraria al poeta più famoso d’Italia, Giosué Carducci, che aveva scelto di passare lassù le sue vacanze estive.
Tra il 1888 e il 1905, due anni prima di morire, per quindici estati egli soggiornò alla villa Adele, prendendo i pasti all’albergo Cascata, passando le acque allo stabilimento idroterapico annesso al Grande Albergo, giocando a carte, tra qualche buon bicchiere di Valtellina, nella “stùa” dell’Osteria végia e facendo passeggiate ristoratrici nei boschi.
La pergamena della cittadinanza onoraria fu consegnata al poeta nel giardino della villa Adele nel pomeriggio di domenica 18 agosto 1901 tra discorsi, musica, sparo di mortaretti e fiori di montagna offertigli dai bambini. Alla sera un grande ballo fu organizzato nel salone dei cristalli del Grande Albergo.
A Madesimo e alla valle Carducci dedicò “A una bottiglia di Valtellina del 1848" (in “Odi barbare”), “Elegia del Montespluga” e “Sant’Abbondio” (in “Rime e ritmi”).

Brisàola santa di Chiavenna
Così è chiamata a Chiavenna dove la specialità gastronomica nacque nel Medioevo, dove tuttora è prodotta da tutti i macellai e dove viene consumata “santa”, cioè senza aggiunta né di olio né di limone. Carducci amava consumarla a Madesimo, ma la richiedeva anche da Bologna ai Ciocca dell’albergo Cascata, come ad esempio il 16 dicembre 1893:”Quando voi troviate dell’altra bresavola bene stagionata ma non vecchia, Vi prego pur di “mandarmene”.

Ravioli di segale alle ortiche
E’ un primo, i cui ingredienti erano prodotti nelle nostre valli ancora al tempo di Carducci. La segale era diffusa in Valchiavenna, come in altre valli alpine, e utilizzata per fare il pane e le paste. A ciò si aggiungono le tenere ortiche da campo, che assicurano ai ravioli profumi e sapori naturali d’altro tempi.

Braciola alla “segrisòla”
Nell’economia familiare e nella ristorazione locale il maiale ha sempre costituito una sicurezza e una garanzia. E non poteva mancare in un menu tipico, ideato per sottolineare il centenario carducciano. Qui la braciola è profumata dalle delicate foglioline di timo serpillo, che in Valchiavenna è chiamato “sgrisòla” e che cresce spontaneamente sul ciglio dei prati.

Biscotìn de Pròst
Fra i dolci tipici ed esclusivi della Valchiavenna, i “biscotìn de Pròst” detengono il primato. Gli ingredienti sono elementari, ma la ricetta è segreta, com’è giusto che sia per una specialità unica, essendo prodotta esclusivamente, all’ombra dell’imponente campanile seicentesco, presso il Mulino di Prosto di Piuro, anche se – come succede per le cose buone – non manca qualche imitazione, per la verità assai modesta.

Grappa all’Iva o infuso di Iva
Dopo secoli in cui si soleva alambiccare acquavite in casa, quelli di val San Giacomo, oggi più nota come valle Spluga, divennero esperti “grapàt”, lavorando durante i lunghi inverni le vinacce acquistate a poco prezzo al piano di Chiavenna, poi spargendosi per le grandi zone vinicole dell’alta Italia, dove è ancora oggi in funzione qualche decina di loro distillerie. Tra le erbe officinali alpine, l’achillea, qui conosciuta come erba Iva, è la più usata, essendo efficace e raffinato digestivo di montagna.

Vini di Valtellina
Il primo anno in cui Carducci giunse a Madesimo, nel 1888, per il suo cinquantatreesimo compleanno fu invitato in una cantina per brindare. Furono scolate varie bottiglie di Sassella, sulla cui etichetta erano stati invertiti i due numeri finali dell’annata: 1884 era diventato 1848. allora presero a raccontare della resistenza il 22 ottobre di quell’anno da parte di un gruppo di volontari valchiavennaschi a Verceia per impedire il rientro in valle dei soldati austriaci dopo l’insuccesso della prima guerra per l’indipendenza. Così sbocciò la poesia “A una bottiglia di Valtellina del 1848”, che rievoca quelle gesta.

E tu nel tino bollivi torbido
prigione, quando d’italo spasimo
ottobre fremava e Chiavenna,
oh Rezia forte!, schierò a Vercea
sessanta ancora di morte libera
petti assetati […].


A proposito di vini di Valtellina, va ancora ricordato quanto Carducci scriveva durante le sue vacanze estive in valle Spluga: “[…] si va per il mondo di Madesimo mangiando polli e bevendo l’Inferno”. Nessun altro vino come il Sassella o l’Inferno di Valtellina può quindi meglio accompagnare un pasto nel ricordo del poeta, che con la sua presenza quindicennale onorò Madesimo, “l’alpe d’incanto”, “il bel paese e il dilettoso fiume”.

 Download PDF "Itineriario Carducciano"  



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Informazioni:
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